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Immigrazione, l’Italia e il mestiere di New York

by • 26 ottobre 2013 • FormicheComments (0)497

Dobbiamo esserne consapevoli: i grandi movimenti migratori non sono semplicemente la conseguenza di una situazione di emergenza o di una fase di guerra congiunturale piuttosto che dell’esplodere della primavera araba. Siamo di fronte, invece, ad una drammatica quotidianità con la quale dovremo convivere per i prossimi decenni.

Gli osservatori più attenti sanno infatti che il nostro Paese sta gestendo prevalentemente flussi provenienti dalla fascia nord-africana. Pensate allora quando le persone dell’Africa sub-sahariana (che ancora ci conoscono poco o nulla) avranno a disposizione banda larga a sufficienza per scaricare sui loro smartphone contenuti video che descrivono le modalità di vita dei paesi economicamente più avanzati. Arriveranno in massa, così come è successo quando, con l’avvento della tv satellitare, il canale di Otranto era la via di accesso preferita degli albanesi che vedevano noi italiani sui canali televisivi privati e pubblici. E succederà la stessa cosa perché è un diritto di tutti aspirare a raggiungere territori e condizioni di vita migliore. Non dimentichiamo che per tutto il ‘900 siamo stati un Paese di fortissima emigrazione verso gli USA, Germania o Australia, tanto per fare alcuni esempi…

Che fare allora? Una sola concreta riflessione: non saremo i soli a dover gestire questi flussi. Anche le economie emergenti del BRICS ne saranno investite, ma il problema di fondo è un altro e l’importante è, ancora una volta, esserne consapevoli. L’Italia è una grande portaerei in mezzo al Mediterraneo, forse il più importante hub di smistamento dei processi migratori dei prossimi 30 anni. Vogliamo chiudere gli occhi e subire passivamente questa situazione o possiamo prendere atto di quello che sta succedendo e provare a trovare il punto di equilibrio tra problemi e opportunità?

Se fossimo in un altro Paese, la risposta mi sembrerebbe scontata: un fenomeno di queste dimensioni e di queste caratteristiche non può essere gestito in forma emergenziale, ma deve essere affrontato in modo strutturale, avendo attenzione tanto all’equità quanto all’efficacia, e in un’ottica necessariamente europea. Anzi, di più, in un’ottica internazionale, interessando strutture e risorse che coinvolgano tutti i possibili Paesi di destinazione. Se hub di rete dobbiamo essere, e allora sia: organizziamo un processo di selezione di persone e competenze e indirizziamo i flussi verso chi offre a noi e ai migranti le condizioni e le opportunità migliori, Dovremo fare un piccolo investimento iniziale, economico e culturale, ma nel medio periodo ne avremo solo benefici. Non dimentichiamolo: è facendo questo “mestiere” che New York è diventata la capitale del mondo…

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