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L’Italia non riparte senza investimenti in istruzione e banda larga

by • 11 febbraio 2014 • In Evidenza, NewsComments (0)898

Povertà in aumento e Pil sotto la media dell’Unione Europea. È questo il titolo con cui gli organi di informazione stanno trattando il rapporto “Noi Italia” 2014 appena pubblicato dall’Istat. È la fotografia della crisi dalla quale l’Italia fatica ad uscire. Tra i tanti dati pubblicati dall’istituto di Statistica, ce ne sono alcuni che a mio giudizio spiegano le difficoltà dell’Italia meglio di altri. E individuano i punti dai quali, sono convinto, occorrerebbe ripartire per invertire con forza la tendenza.

A cominciare dalla spesa per istruzione e formazione, che in Italia conta per il 4,2% del Pil contro il 5,3 della media europea. Le percentuali forse dicono poco, allora vale la pena parlare in valori assoluti: l’Italia investe (perché in formazione si investe, non si spende!) poco più di una sessantina di miliardi l’anno e ne occorrerebbero almeno altri 15 solo per metterci in apri con la media europea.

Le conseguenze si vedono dovunque: calano infatti i consumi culturali, i lettori di libri e quelli di quotidiani. Senza considerare che in questo modo è sempre più difficile far crescere una nuova generazione che, nell’era del capitalismo intellettuale, dovrebbe fare proprio delle competenze – sviluppate a partire da istruzione e formazione – il proprio punto di forza.

Ancora. Il 54,8% della popolazione italiana utilizza Internet, ma tra questi solo il 33,5% lo fa quotidianamente; in Europa in media la porzione di “navigatori” sta al 70%. Il nostro Paese è in svantaggio anche sulla banda larga: la quota di famiglie che ha una connessione super veloce è del 55% contro il 73% della media europea.

Questa secondo me è la base, da qui occorre ripartire: istruzione, cultura, banda larga. Occorre incidere in maniera radicale su questi elementi, con un programma di investimenti senza precedenti. Ne beneficeranno anche tutti gli altri dati, a cominciare da quelli sull’occupazione e sul Pil pro-capite che oggi fanno suonare le sirene d’allarme.

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