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Nomine, donne e il jobs act all’asilo nido

by • 16 aprile 2014 • FormicheComments (0)675

Dal Blog di Angelo Deiana su Formiche – Il gran ballo delle nomine nelle aziende pubbliche ha visto, per la prima volta, la partecipazione di numerose dame. Si può discutere, e lo si sta facendo, sul fatto che nessuna delle donne indicate per i vertici di Eni, Enel, Poste e Terna avrà incarichi operativi, ma il passo avanti e il segnale sono innegabilmente importanti.

Il vero progresso lo avremo però se questi segnali non resteranno un caso isolato e se sapranno attivare una sorta di effetto-traino sull’occupazione femminile, manageriale e non solo.

Occupazione femminile che, è bene ricordarlo sempre, rappresenta uno dei grandi buchi neri del sistema economico italiano, una potenziale leva di sviluppo e di crescita totalmente sottoutilizzata, oltre che uno dei fattori determinanti di quei tassi globali di disoccupazione che periodicamente ci fanno gridare allo scandalo.

Le cifre dicono talvolta più di tanti discorsi: nel 2013, secondo le elaborazioni del centro Studi Confindustria su dati Eurostat, il tasso di occupazione femminile in Italia tra i 20 e i 64 anni è stato pari al 49,9%. questo significa 20 punti percentuali meno degli uomini e oltre 12 punti in meno rispetto alla media delle donne europee.

In parole povere, tra le lavoratrici attive, solo una su due riesce davvero a trovare un posto di lavoro, percentuale che scende a una su tre nel Sud Italia.

Le cose non vanno tanto meglio per le donne che hanno una formazione universitaria, anche sul piano retributivo. I dati AlmaLaurea indicano che nel 2013, a un anno dalla laurea specialistica, lavorava il 63,0% degli uomini, contro il 55,5% delle donne. Subito dopo la conclusione del percorso formativo si manifesta anche un marcato divario salariale: a un anno dalla laurea i ragazzi guadagnano il 32% in più delle loro colleghe, a cinque
anni il differenziale è ancora del 30%.

Tutto questo ha del paradossale, considerato che le donne sono considerate più affidabili negli affari, ottengono voti di laurea più elevati e si laureano prima, e più in generale si dimostrano capaci almeno quanto gli uomini.

Uno dei motivi, se non il principale, alla base di questa disparità è che tutti i dati concordano sul fatto che sono le donne a sostenere quasi interamente i costi della conciliazione tra famiglia e lavoro. E, spinte fuori dal mercato del lavoro dalla bassa copertura di servizi per l’infanzia, faticano poi a rientrarvi.

Una possibile conclusione è che se si vuole davvero incidere sulla disoccupazione in Italia, prima ancora di pensare a forme contrattuali più o meno flessibili, sarebbe opportuno incrementare il numero degli asili nido, magari agevolandone l’istituzione all’interno dei luoghi di lavoro. Ne beneficerebbero il tasso di occupazione e l’intera economia nazionale, con un possibile incremento del Pil del 7%.

Cosa aspettiamo?

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