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Per creare lavoro serve meno burocrazia

by • 31 gennaio 2014 • In Evidenza, NewsComments (0)1353

Dall’articolo di Angelo Deiana su MetroNewsItalia – Per creare occupazione in Italia bisognerebbe pensare più ai tablet e meno al cuneo fiscale. Può sembrare un paradosso, ma nel quindicesimo anno del XXI secolo non si può continuare a proporre interventi di stampo novecentesco che privilegino gli investimenti in capitale materiale e finanziario: occorre ridefinire completamente la cornice del mondo del lavoro.

Siamo passati da un’onomia in prevalenza industriale a un’economia della condivisione basata sulla rete, nella quale si vince solo se si alimentano costantemente scambio e innovazione. Per creare nuova occupazione bisogna allora cominciare con alcune misure propedeutiche, bisogna tracciare le nuove linee del campo da gioco.

Intendiamoci, che la politica abbia rimesso il tema lavoro al centro del dibattito è incoraggiante, ma preoccupa che subito ci si stia impantanando in polemiche ideologiche, a partire dall’eterno articolo 18. L’unico cambio di passo possibile è passare  dalle polemiche tra lavoro autonomo, dipendente e imprenditoriale al “lavoro” senza altri aggettivi. Lavoro il cui principale fattore della produzione è il capitale umano, la competenza.

Ecco allora che, se vogliamo creare lavoro, dobbiamo prioritariamente incidere su quei fattori che permettano la creazione, lo sviluppo e l’aggiornamento costanti delle competenze dei lavoratori.

In che modo? Defiscalizzando gli investimenti in innovazione e formazione, creando un adeguato sistema di welfare della conoscenza a supporto della continuità professionale, realizzando una rete wi-fi aperta  – misura che da sola, vale sempre la pena ricordarlo, genererebbe un incremento di Pil dell1,6%. E poi si dovrebbe semplificare ovunque possibile, liberare il lavoro dai vincoli burocratici e ricordare sempre che i Italia questione occupazionale fa rima con questione meridionale ed è dal Sud che bisogna partire.

Questa è l’impalcatura su cui costruire e senza la quale ogni jobs act, o come lo si voglia chiamare, rischia di rappresentare un mero esercizio di stile ed un’ennesima occasione persa.

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