Perchè il Private Equity è una grande opportunità per l’Italia (se le PMI si danno da fare)

by • 26 novembre 2017 • blog, Confassociazioni, In Evidenza, NewsComments (0)124

Private Equity

ROMA - «L’Italia è uno dei Paesi più attrattivi per i capitali esteri, soprattutto in ottica di Industria 4.0 che rappresenta una grande opportunità per chi ha intenzione di investire nel nostro Paese. Il problema, però, è che questi capitali esteri non riusciamo ad attrarli, a causa delle nostre lacune in ambito imprenditoriale». Non le manda di certo a dire Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni e ANPIB, sul sistema imprenditoriale che oggi governa il nostro Paese e che si sta lasciando sfuggire una delle più grandi opportunità che l’Italia abbia mai avuto negli ultimi anni.

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I fondi di private equity sono attratti da noi, ma…
«Le nostre PMI sono mediamente piccole (il 99% ha meno di 10 dipendenti) e per la maggior parte sono a gestione famigliare con un processo meritocratico che, parliamoci chiaro, lascia piuttosto a desiderare – continua Angelo Deiana -. A questo si aggiunge un problema di capitali propri. Se un’azienda americana fa impresa con il 70% di capitali propri, qui in Italia la percentuale si attesta intorno 17% e fa leva sul sistema bancario per ottenere i fondi necessari alla propria sopravvivenza». Gap questi che, per quanto il mercato italiano risulti ancora il più redditizio con un 4-5% di tasso di redditività, allontanano inesorabilmente i fondi di private equity. Senza contare la gestione dei bilanci, spesso poco precisa e, soprattutto, che non si estende oltre il breve periodo: «Un fondo di private equity ha una visione di circa 10 anni - spiega Angelo – e capisci che non può fare affidamento su prospetti aziendali che raramente si spingono oltre l’anno, come accade per le imprese italiane».

Uno scenario complesso, ma dal grande potenziale
Del resto, l’Industria 4.0 è il volano per far ripartire l’Italia. Con 1,7 miliardi più 300 milioni di indotto il mercato segna una crescita esponenziale rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con un incremento del 25% rispetto al 2015. Il 63% del mercato riguarda progetti Industrial IoT, analytics, cloud e robotica avanzata. Il report dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, peraltro, stima che l’Italia, in due anni, sarà in grado di raddoppiare gli investimenti fatti in trasformazione digitale, recuperando il ritardo rispetto alle situazioni. internazionali più mature. Le priorità su cui si dovrebbe concentrare l’iniziativa politica per migliorare il «quadro di convenienza» dell’Italia riguardano la terna fisco-burocrazia-giustizia civile. Ma la strategia di attrattività per il sistema-Paese viene giudicata al momento inefficiente. Dovendo incrementare il grado di attrattività del Paese, la via delle riforme su larga scala diventa oggi obbligata, perché l’Italia dispone in ogni caso di asset importanti su cui far leva per migliorare il grado di attrattività. Sul piano produttivo, i settori giudicati di maggiore interesse sono la moda e il lusso (91,3%), la filiera dell’agroalimentare (60,9%), la meccanica (60,9%). A questi si affiancano il turismo (30,4%) e la farmaceutica (21,7%).

Un Paese frammentato
Come si evice dai dati le abilità per fare quel salto tecnologico che i fondi di private equity tanto cercano, qui in Italia ci sono. Se non fosse che il 70% imprese, peraltro, sono ancora gestite da manager di prima generazione e le possibilità di indottrinare questi ultimi alla trasformazione digitale si riduce quantomai all’osso. Ciò che i fondi di private equity cercano, infatti, non sono solo le competenze più ampiamente tecnologiche, ma anche i cosiddetti ‘umanisti digitali’ ovvero quelle figure che sappiano introdurre il cambiamento e la tecnologia all’interno delle imprese. Se il Nord Ovest sta riuscendo negli ultimi anni ad attirare maggiormente i fondi di private equity (con PMI più grandi e bilanci più strutturati), lo stesso non si può dire per il Nord Est che, pur esportando molto non riesce ad avere le stesse caratteristiche competitive. Sempre peggio mano a mano che si scende verso il Centro Italia dove la maggior parte delle imprese si basa sulla Pubblica Amministrazione e ha con lo Stato (che produce ancora il 58% del PIL) un rapporto privilegiato. Il deserto dei Tartari, invece, quando si arriva nel Mezzogiorno, malgrado il Sud sia oggi capace di generare il 25% del PIL e trattenere il 40% della popolazione. «La cosa più importante per l’Italia, in questo momento - continua Angelo - è far incontrare chi gestisce i fondi di private equity con chi governa il sistema manifatturiero del nostro Paese. A fronte di una domanda sempre più insistente dei capitali esteri, le PMI italiane risultano oggi ancora molto impreparate».

Far incontrare domanda e offerta
Far incontrare domanda e offerta è il compito di Confassociazioni Giovani e Startup il cui obiettivo è appunto quello di far incontrare gli attori di questo ecosistema per meglio comprendere quali sono i canali e le caratteristiche da implementare affinché le PMI del nostro Paese possano soddisfare i requisiti richiesti dal mercato del private equity. «Il nostro obiettivo è, prima di tutto, fare informazione e cercare di far incontrare gli interessi di aziende e investitori affinché si abbia piena conoscenza del mercato – spiega Jamil Ashour, presidente di Confassociazioni Giovani e Startup -. Dai nostri studi abbiamo capito che in Italia manca la consapevolezza su determinati argomenti. Molto spesso le aziende sono lasciate allo sbaraglio, pur avendo in seno tecnologie davvero rivoluzionarie e di primo livello. Come operano i fondi di private equity? Come vengono strutturati i processi di investimento? Quali caratteristiche rendono attrattiva un’azienda? Come si chiude davvero un affare con un fondo di private equity? Sono queste le domande a cui cercheremo di rispondere durante l’evento di sabato».

Un’opportunità che non va persa
Ma non solo. L’obiettivo di Confassociazioni Giovani e Startup e quello di fare cultura, di rivolgersi anche ai giovanissimi per far capire quali sono le loro reali attitudini e orientarli verso percorsi di studio e professionali adatti alla loro personalità. E poi fare networking, unire, far incontrare esperti con esperti ed esperti con giovani, in modo tale che, in questo mondo di costante cambiamento, gli attori chiamati in causa sappiano realizzare le vere opportunità. «In questo Paese serve una struttura finanziaria in grado di evolversi e di non piegarsi ai grandi cambiamenti che saranno sempre più frequenti - afferma Angelo Daiana -. I fondi di private equity hanno puntato gli occhi su di noi e non possiamo lasciarci sfuggire questa opportunità».

https://www.diariodelweb.it/innovazione/articolo/?nid=20170918_448479

 

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